Cannabis Light: l’interpretazione del Ministero dell’Interno.

Cannabis Light: l’interpretazione del Ministero dell’Interno.

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Con la circolare del 31 luglio 2018 – recante in oggetto “gli aspetti giuridico-operativi connessi al fenomeno della commercializzazione delle infiorescenze della canapa tessile a basso tenore di THC e relazioni con la normativa sugli stupefacenti” –  il Ministero dell’Interno ha espresso la sua posizione, fornendo note operative dirette alle forze di Polizia e alle Prefetture, circa la commercializzazione delle infiorescenze di Cannabis derivanti dalla coltivazione di varietà certificate ai sensi della L. 242/2016.

Il testo si articola in 2 punti, nel primo dei quali vengono presi in esame 10 casi in cui l’accesso ispettivo delle Forze dell’Ordine ha determinato il sequestro delle infiorescenze ai sensi dell’art. 354 c.p.p. e la denuncia dei commercianti ai sensi dell’art. 17 del D.P.R. n° 309/90 (Obbligo di autorizzazione), dell’art. 73 del D.P.R. n° 309/90 (Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) e dell’art. 82 del D.P.R. n° 309/90 (Istigazione, proselitismo e induzione al reato di persona minore). Tuttavia nella circolare non vengono forniti gli esiti dei casi citati, che in realtà si sono conclusi con l’illegittimità dei sequestri o l’archiviazione, se non in un caso in cui dalle analisi svolte sulle infiorescenze la percentuale di THC superava lo 0,6 %.

Al punto 2a della circolare viene esclusa la compatibilità della commercializzazione delle infiorescenze con la L. 242/2016 e dei limiti tollerati di THC in questa stabiliti. Qui il Ministero afferma, verosimilmente, che la L. 242/2016 non disciplina la commercializzazione delle infiorescenze. Poi al punto 2b continua ritenendo che l’esclusione dalla responsabilità assicurata al coltivatore dalla L. 242/2016 in caso di superamento del limite di THC dello 0,6 % non sia estendibile a chi commercia infiorescenze, fornendo chiaramente l’interpretazione dei limiti posti dalla L. 242/2016 cioè ammessi per una destinazione d’uso non umano, che non rientrando nella sfera di tutela della salute pubblica non sono influenzate dalla presenza del THC. Effettivamente la L. 242/2016 è una legge che disciplina la coltivazione della Canapa, risulta però poco chiaro nel momento in cui le infiorescenze vengono coltivate cosa se ne dovrebbe fare, se la legge consente di coltivare la Canapa come se ne può determinare l’impossibilità di commercializzarne una parte? Pur non disciplinando la commercializzazione delle infiorescenze la L. 242/2016 consente la coltivazione della Cannabis, di conseguenza va di per se l’ammissibilità della produzione di infiorescenze, in quanto altro non sono che una parte della pianta stessa, come peraltro chiarito dalla circolare esplicativa n. 5059 del 22 maggio 2018 del Mipaaf nella quale “Con specifico riguardo alle infiorescenze della canapa, si precisa che queste, pur non essendo citate espressamente dalla legge n. 242 del 2016 né tra le finalità della coltura né tra i suoi possibili usi, rientrano nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, purché tali prodotti derivino da una delle varietà ammesse, iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, il cui contenuto complessivo di THC della coltivazione non superi i livelli stabiliti dalla normativa, e sempre che il prodotto non contenga sostanze dichiarate dannose per la salute dalle Istituzioni competenti”. Anche nella circolare del Ministero dell’Interno tra le pratiche ammesse viene inserito il florovivaismo nel quale rientrano espressamente le infiorescenze. Ma ponendo il caso che un commerciante florovivaista venda una pianta di Cannabis con infiorescenze femminili o delle infiorescenze con concentrazione di THC dello 0,6 %, sarà considerato alla stregua di uno spacciatore?

Questo dubbio sorge spontaneo perché al punto 2c il Ministero autorizza a trattare le infiorescenze di Cannabis, con concentrazione di THC superiore allo 0,5 %, come sostanza stupefacente in piena applicazione del D.P.R. 309/90. Su questo punto il Ministero porta a sostegno della sua tesi il giudizio supremo della Corte di Cassazione, la quale ha ritenuto in varie sentenze, come la n.  28605/2008 Sez. Unite, che la soglia oltrepassata la quale la concentrazione di THC sia idonea a produrre effetti psicotropi è dello 0,5%.

La confusione aumenta: siamo in presenza di una legge, la 242/2016, che pone il limite tollerato di THC nello 0,6%, mentre il limite oltrepassato il quale la “canapa legale” diviene una droga permane fissato nello 0,5%.

Le conseguenze del mancato rispetto del limite sono la contestazione ai sensi del D.P.R. 309/90 per il titolare del negozio e la segnalazione al Prefetto dei consumatori, i quali rischierebbero quindi di subire le pene amministrative previste per gli assuntori di droghe. Al punto 2d emerge chiaramente che la responsabilità del commerciante non sarà esclusa in presenza delle iscrizioni poste sulle confezioni, sui siti internet o nei negozi. Tutto questo mentre paradossalmente per l’agricoltore vigerebbero le garanzie della L. 242/2016.

Alla luce di tutto quanto esposto non cambierà molto rispetto alla situazione attuale, si mira a privare di arbitrarietà l’azione della polizia giudiziaria fornendo motivazioni per continuare l’attività di perquisizione e sequestri. Oggi le infiorescenze di canapa sono commercializzate con destinazioni d’uso non umano, che rientrano in quelle contemplate dalla 242/2016, per cui i controlli sono maggiormente mirati a stabilire le percentuali di THC e non anche la qualità del prodotto. Ben vengano i controlli, ma se si volesse tutelare seriamente la salute pubblica non sarebbe meglio controllare anche la tracciabilità e i metodi di coltivazione, regolamentando anziché reprimendo o facendo finta che il fenomeno non esista?

Sarebbe importante un intervento chiarificatore del Legislatore a tutela di un mercato nuovo e dinamico che potrebbe diventare un fiore all’occhiello di tutto il Paese.

 

 

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